Viviamo nell’era del “reinventati”, del “sii flessibile”, del “cambia tutto se non funziona”. Ma cosa succede quando questa spinta al cambiamento si trasforma in qualcosa di diverso? Quando cambiare non è più una scelta consapevole ma diventa quasi un bisogno fisico, come grattarsi quando prude? C’è una fetta di popolazione che non riesce proprio a tenere ferma una routine per più di due settimane. Non stiamo parlando di chi sperimenta nuovi hobby o cambia lavoro per crescere professionalmente. Parliamo di quella persona che stravolge gli orari dei pasti ogni tre giorni, cambia palestra prima ancora di aver completato un ciclo di allenamento, riorganizza completamente casa ogni mese, modifica continuamente il percorso per andare al lavoro senza un motivo reale.
E no, prima che ti venga in mente, non esiste una “sindrome del cambiamento costante” nel manuale diagnostico dei disturbi mentali. Non troverai questo termine nel DSM-5, il testo che gli psicologi usano per diagnosticare i disturbi psicologici. Ma questo non significa che il fenomeno non esista o che non meriti attenzione. Significa solo che sfugge alle categorie tradizionali, un po’ come quelle abitudini strane che tutti abbiamo ma che non hanno un nome ufficiale.
Il cervello ama la prevedibilità (e c’è un motivo)
Per capire perché alcune persone sembrano allergiche alla stabilità, dobbiamo prima capire come funziona il nostro cervello con le routine. E qui la scienza ha parecchio da dire.
Il nostro cervello è fondamentalmente un maniaco del controllo che adora sapere cosa succederà dopo. Quando le cose sono prevedibili, l’amigdala gestisce paura e ansia e può finalmente rilassarsi. È come quando guidi sempre la stessa strada per andare al lavoro: dopo un po’ il cervello va in automatico e tu puoi pensare ad altro, tipo cosa mangerai a pranzo o perché il tuo capo ha quella pessima abitudine di fare riunioni il venerdì pomeriggio.
La ricerca neuroscientifica ci conferma che schemi ripetitivi attivano percorsi neurali conosciuti, liberando risorse mentali per attività più complesse o creative. In pratica, le routine ci danno una base sicura da cui partire per esplorare il mondo. Ma allora perché alcune persone sembrano fare di tutto per evitare questa sicurezza?
Quando la stabilità fa più paura del caos
Chiamiamolo come vogliamo: iperflessibilità compulsiva, cambiamento evitante, o semplicemente “quella cosa strana per cui non riesci mai a stare fermo”. Il punto è che per alcune persone la stabilità non è confortante, è terrificante.
Pensa a come ti senti quando devi aspettare in una sala d’attesa senza il telefono. Quel senso di inquietudine, quella voglia quasi fisica di fare qualcosa, qualsiasi cosa. Ora prova a immaginare di provare la stessa sensazione ogni volta che la tua vita inizia ad assumere un ritmo prevedibile. Ecco, alcune persone vivono esattamente questo.
Il trucco è che cambiare continuamente tutto è un ottimo modo per non affrontare mai veramente niente. Se stravolgi la tua routine alimentare ogni settimana, non scoprirai mai se quel modo di mangiare ti fa davvero bene. Se cambi palestra ogni mese, non vedrai mai i risultati di un allenamento costante. Se modifichi sempre il tuo modo di lavorare, non capirai mai cosa funziona davvero per te. È un po’ come scrollare Instagram quando sei nervoso: la distrazione funziona sul momento, ma il problema che stavi evitando è ancora lì che ti aspetta.
I segnali che qualcosa non quadra
Come fai a capire se sei una persona naturalmente curiosa e flessibile o se stai usando il cambiamento come strategia di fuga? Esistono alcuni indicatori abbastanza chiari. Quando cambi qualcosa, riesci a spiegare razionalmente perché lo fai? O è più una sensazione vaga di “mi annoio” o “non mi va più”? La vera flessibilità nasce da una riflessione: “Questo non funziona più perché X, provo con Y”. Il cambiamento compulsivo è più simile a “Boh, cambio perché sì”.
Poi c’è la capacità di completare. Hai mai portato a termine qualcosa dall’inizio alla fine? E intendo davvero alla fine, attraversando anche le parti noiose o difficili. Se ogni progetto, dieta, hobby o relazione viene abbandonato appena richiede costanza, potrebbe esserci un pattern. La tua reazione emotiva alla stabilità dice molto: quando la tua giornata assume un ritmo prevedibile, come ti senti? Rilassato e sicuro, o inquieto e claustrofobico?
A volte chi ci conosce vede pattern che noi non riusciamo a vedere. Le persone intorno a te si lamentano che sei “difficile da seguire” o che “non si sa mai dove trovarti”? Potrebbe essere un campanello d’allarme.
Le radici psicologiche di questa danza continua
Okay, ma da dove viene questo bisogno di cambiare sempre tutto? La psicologia ha qualche teoria interessante da offrire. Primo: la ricerca di novità. Alcune persone hanno una bassissima tolleranza alla monotonia, un tratto collegato addirittura a varianti genetiche del recettore D4 della dopamina. Praticamente, il loro cervello è cablato per annoiarsi più facilmente. Quando questo tratto è estremo, può portare a difficoltà nella regolazione emotiva.
Secondo: l’evitamento esperienziale. Questo è un concetto che viene dalla Acceptance and Commitment Therapy e descrive il tentativo di sfuggire a pensieri, sentimenti o sensazioni sgradevoli, anche quando questa fuga crea più problemi di quanti ne risolva. Se ogni volta che una situazione inizia a diventare “vera”, con le sue imperfezioni e responsabilità, tu scappi verso qualcosa di nuovo ed eccitante, stai solo rimandando il confronto con te stesso.
Terzo: il modello delle transizioni. La psicologa Elisabeth Kübler-Ross ha identificato fasi specifiche che attraversiamo durante i cambiamenti: negazione, rabbia, negoziazione, depressione e accettazione. Chi cambia costantemente potrebbe rimanere bloccato nelle prime fasi, saltando da una transizione all’altra senza mai raggiungere l’accettazione vera. È come leggere sempre solo i primi capitoli di tantissimi libri senza mai finirne uno.
Il paradosso della libertà totale
Viviamo in un momento storico che celebra la libertà assoluta. Non devi essere niente, puoi reinventarti quando vuoi, nessuna scelta è per sempre. Bellissimo sulla carta, ma c’è un paradosso nascosto: troppa libertà senza ancore può diventare una prigione. Quando non ti ancori mai a nulla, quando non permetti a nessuna abitudine o relazione di radicarsi abbastanza da diventare parte di chi sei, finisci per sentirti frammentato, perso, sempre alla ricerca di qualcosa che non riesci a definire.
Interessante notare che esiste anche l’estremo opposto, molto più studiato: la metathesiophobia, ovvero la fobia del cambiamento. Chi ne soffre vive ogni modifica della routine come una minaccia, sperimentando ansia e inadeguatezza di fronte al nuovo. Due facce della stessa medaglia: entrambi gli estremi mostrano difficoltà nel trovare un equilibrio tra sicurezza e crescita.
Quando la noia diventa il nemico numero uno
Parliamo di noia. Per molte persone che cambiano compulsivamente, la noia è letteralmente insopportabile. Ma qui c’è un problema: la noia non è il nemico che crediamo sia. La ricerca sulla regolazione emotiva ci dice che tollerare la noia è fondamentale per il benessere psicologico. La noia è lo spazio in cui emerge la creatività, in cui puoi connetterti con i tuoi bisogni autentici, in cui la tua mente può finalmente elaborare tutto quello che ha accumulato.
Quando riempi ogni momento con novità e cambiamenti, è come ascoltare musica a tutto volume ventiquattr’ore su ventiquattro: non sentirai mai il suono della tua voce interiore. E quella voce ha cose importanti da dirti, se solo le dessi la possibilità di farsi sentire. Chi non riesce a tollerare la noia sviluppa comportamenti compensatori: sostanze, lavoro compulsivo, shopping, social media, o appunto, cambiamento perpetuo. Sono tutti modi per non stare mai davvero con se stessi.
Il prezzo nascosto di ricominciare sempre da zero
C’è un costo nel cambiare sempre tutto, anche se non è immediatamente visibile sul conto in banca o sulla bilancia. Il costo è la profondità. La vera padronanza in qualsiasi ambito richiede tempo. Che si tratti di imparare a suonare la chitarra, capire come funziona il tuo corpo con un certo tipo di alimentazione, o sviluppare una relazione profonda con qualcuno, i benefici più significativi arrivano dopo la fase iniziale di eccitazione. Arrivano quando la novità svanisce e inizia il vero lavoro di integrazione.
La famosa regola delle diecimila ore per raggiungere la maestria in qualcosa non è solo un numero a caso. È il riconoscimento che l’eccellenza richiede costanza, ripetizione, perseveranza attraverso i momenti noiosi. Gli studi sulle transizioni di vita confermano che attraversare completamente un cambiamento, dall’iniziale resistenza fino all’accettazione e integrazione, è ciò che permette la vera crescita. Saltare sempre alla fase iniziale di nuovi cambiamenti significa raccogliere solo l’emozione superficiale della novità, senza mai godere dei frutti della persistenza. È la differenza tra assaggiare cento piatti diversi e imparare davvero a cucinarne uno alla perfezione.
Domande da farti (se hai il coraggio)
Se ti stai chiedendo se il tuo rapporto con il cambiamento è sano o problematico, ecco alcune domande scomode ma utili:
- Quando modifico qualcosa nella mia vita, riesco a spiegare chiaramente perché lo faccio, oppure agisco per impulso o disagio?
- Esistono ambiti della mia vita in cui mantengo stabilità e impegno, o il cambiamento invade ogni aspetto?
- Come mi sento nei momenti di routine? Ansioso? Inquieto? O riesco a trovare pace nella prevedibilità?
- Le persone vicine mi dicono che sono imprevedibile o difficile da seguire?
- Quando immagino di mantenere una routine per mesi, quali emozioni emergono? Paura? Claustrofobia? Noia intollerabile?
- Ho mai completato qualcosa dall’inizio alla fine, attraversando anche le parti difficili o monotone?
Trovare l’equilibrio senza impazzire
La buona notizia è che riconoscere un pattern è già metà del lavoro. E la soluzione non è diventare rigidi e resistenti a ogni cambiamento, sarebbe solo l’estremo opposto dello stesso problema. Gli esperti di psicologia delle transizioni suggeriscono di creare ancore intenzionali: elementi della tua vita che scegli consapevolmente di mantenere stabili, anche quando tutto il resto è in movimento. Può essere una pratica mattutina, una relazione importante, un progetto a lungo termine, o anche solo un luogo fisico che rimane costante.
Queste ancore non sono prigioni. Sono punti di riferimento che ti permettono di muoverti nel mondo senza perderti completamente. È la differenza tra essere un nomade con una mappa e vagare perso nel deserto. Un altro approccio utile è la “permanenza temporanea”: impegnarti consapevolmente a mantenere una routine o un progetto per un periodo definito, diciamo tre mesi, prima di valutare se cambiare. Questo ti permette di superare la fase honeymoon della novità e sperimentare cosa succede quando l’eccitazione iniziale svanisce. Ed è proprio lì che inizia la magia.
La profondità che solo il tempo può dare
C’è qualcosa di profondamente soddisfacente nella profondità. La connessione intima che sviluppi con un partner dopo anni di condivisione ha una qualità diversa dall’emozione di un primo appuntamento. La padronanza che raggiungi in un’abilità dopo migliaia di ore di pratica ha un sapore che l’entusiasmo iniziale non può darti. Anche la semplice pace che deriva dal conoscere perfettamente la tua routine mattutina ha un valore che la novità perpetua non può offrire.
La ricerca sulla formazione delle abitudini ci dice che la stabilità non è il nemico della crescita: è la sua fondazione. Un albero ha bisogno di radici profonde per crescere in altezza. Senza radici, anche il vento più leggero può abbatterlo. Questo non significa diventare statici o chiudersi al cambiamento sano. Significa sviluppare la saggezza per distinguere quando il cambiamento è una risposta autentica a un bisogno reale di crescita, e quando è invece una fuga da qualcosa che meriterebbe la tua attenzione.
Non è una patologia, è un invito a guardarsi dentro
Chiariamo una cosa importante: non tutti i cambiamenti frequenti sono problematici. Viviamo in un mondo complesso che cambia rapidamente, e la capacità di adattarsi è preziosa. Alcune persone hanno naturalmente bisogno di più varietà e stimoli di altre, e va benissimo così. Non stiamo cercando di patologizzare un comportamento o creare una nuova categoria diagnostica. Stiamo semplicemente invitando a una maggiore consapevolezza.
Se il tuo bisogno di cambiamento nasce da curiosità genuina, desiderio di crescita e ricerca di allineamento con i tuoi valori, fantastico. Continua così. Ma se noti che stai usando il cambiamento come strategia per evitare il confronto con te stesso, le tue emozioni o le tue responsabilità, forse vale la pena fermarsi un momento.
A volte la cosa più coraggiosa che possiamo fare non è reinventarci per l’ennesima volta, ma rimanere fermi abbastanza a lungo da scoprire chi siamo veramente sotto tutti quei cambiamenti. Quella, forse, è la trasformazione più profonda di tutte: scoprire che non avevi bisogno di cambiare per trovare ciò che cercavi. Era già lì, nascosto sotto l’irrequietezza, aspettando che tu avessi il coraggio di stare fermo.
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