Cosa significa se una persona pubblica sempre stories su Instagram, secondo la psicologia?

Dai, ammettiamolo: tutti abbiamo quell’amico o amica che trasforma Instagram in un reality show personale ventiquattro ore su ventiquattro. Colazione? Storia. Caffè? Storia. Il cane che sbadiglia? Ovviamente storia. Il tramonto? Non sia mai che qualcuno se lo perda. A volte ti ritrovi a chiederti se queste persone vivano davvero le esperienze o se esistano solo per documentarle. Ma la domanda più interessante è un’altra: cosa c’è dietro questa ossessione digitale?

La risposta, secondo gli psicologi che studiano i comportamenti sui social media, è molto più complessa e affascinante di quanto potresti pensare. E no, non si tratta solo di vanità o noia. C’è un intero mondo fatto di neuroscienze, bisogni psicologici e meccanismi cerebrali che spiegano perché alcune persone sentono il bisogno irrefrenabile di condividere ogni singolo momento della loro giornata.

Il cervello dipendente: quando Instagram diventa la tua droga preferita

Partiamo dalle basi scientifiche, quelle che fanno capire come mai è così difficile smettere di controllare quante persone hanno visto la tua ultima storia. Quando pubblichi qualcosa su Instagram e inizi a ricevere visualizzazioni, reazioni o messaggi, il tuo cervello fa una cosa molto specifica: il cervello rilascia dopamina. Sì, quella roba che ti fa sentire bene quando mangi cioccolato o ricevi un abbraccio da qualcuno che ami.

Ma c’è un problema. Uno studio condotto da He e colleghi nel 2017 ha scoperto qualcosa di piuttosto inquietante: il cervello delle persone che usano i social media in modo compulsivo mostra alterazioni nella materia grigia, in particolare nel nucleo accumbens e nell’insula. Queste sono le stesse aree cerebrali coinvolte nelle dipendenze da sostanze. Traduzione per chi non ha una laurea in neuroscienze? Il tuo cervello sta reagendo alle visualizzazioni delle stories più o meno come reagirebbe a una sostanza che crea dipendenza.

Lo studio ha analizzato diciannove persone con uso problematico dei social media confrontandole con un gruppo di controllo, e i risultati sono stati chiari: meno volume di materia grigia nelle zone responsabili del processamento delle ricompense. Non è esattamente rassicurante, vero?

Il ciclo della gratificazione che non si ferma mai

La cosa diventa ancora più interessante quando capisci come funziona il meccanismo della ricompensa imprevedibile. Gli psicologi sanno da decenni, grazie agli esperimenti di B.F. Skinner del 1953 con i piccioni, che le ricompense casuali e imprevedibili sono il modo più potente per creare dipendenza comportamentale. È lo stesso principio che fa funzionare le slot machine nei casinò.

Pensa a come funziona Instagram: a volte una storia ottiene tantissime visualizzazioni, altre volte poche. A volte qualcuno ti risponde con un messaggio carino, altre volte cricchetto totale. Questa imprevedibilità non è un difetto del sistema, è una caratteristica. Il tuo cervello continua a cercare quella gratificazione perché non sa mai quando arriverà la prossima ricompensa.

Uno studio pubblicato nel 2017 su Frontiers in Psychology ha utilizzato la risonanza magnetica funzionale per osservare cosa succede nel cervello quando riceviamo like sui social media. Risultato? Si attiva il nucleus accumbens, la stessa area che si illumina quando un giocatore d’azzardo vince una mano. Non stiamo scherzando: il tuo cervello sta letteralmente giocando d’azzardo ogni volta che pubblichi una storia.

La ricerca disperata di approvazione (e perché non funziona mai)

Ora passiamo al secondo pezzo del puzzle: il bisogno di validazione esterna. Pubblicare stories costantemente può essere un modo per confermare la propria esistenza attraverso gli occhi degli altri. È come se dicessimo: “Guardate, esisto! Sto facendo cose! La mia vita ha valore!”

Uno studio massiccio del 2016 pubblicato su Computers in Human Behavior ha analizzato ben millesettecentoottantasette giovani adulti e ha trovato una correlazione positiva tra il tempo trascorso sui social media e il bisogno di approvazione popolare. In pratica, più stai sui social cercando like e visualizzazioni, più hai bisogno di quella approvazione per sentirti bene con te stesso.

Il paradosso è tragico: più cerchiamo validazione esterna attraverso i social, più la nostra autostima interna si sgretola. È un circolo vizioso perfetto. Ti senti insicuro, pubblichi per ricevere conferme, la gratificazione dura circa tre secondi, ti senti di nuovo insicuro, pubblichi ancora. E via così all’infinito.

Quando l’autostima diventa una questione di visualizzazioni

Una meta-analisi del 2020 pubblicata su Psychological Bulletin ha fatto il lavoro sporco per noi, analizzando duecentoventisei studi diversi. Il risultato? L’esposizione passiva ai social media riduce l’autostima, mentre l’uso attivo per cercare approvazione amplifica stress e ansia sociale. L’effetto medio è piccolo ma significativo, e riguarda milioni di persone.

La cosa assurda è che costruiamo la nostra autostima su fondamenta controllate da un algoritmo. Il tuo valore personale dipende da quando pubblichi, da cosa indossa la persona nella foto, dall’umore casuale dei tuoi follower in quel momento. È come costruire una casa sulla sabbia durante l’alta marea.

FOMO: non solo la paura di perdersi qualcosa, ma anche che gli altri si perdano te

La FOMO, ovvero Fear Of Missing Out, è ormai entrata nel vocabolario comune. Ma c’è un’altra faccia della medaglia che molti non considerano: la paura che gli altri si perdano quello che stai facendo tu. È il bisogno di mantenere una presenza digitale costante, di assicurarsi che il mondo sappia sempre dove sei, cosa stai facendo, con chi sei.

Nel 2013 è stata sviluppata una scala di misurazione della FOMO, validata scientificamente e pubblicata su Computers in Human Behavior. Questa scala include domande sulla preoccupazione per le esperienze positive degli altri e correla in modo significativo con l’uso problematico dei social media. Il coefficiente di correlazione è di 0.48, che in termini statistici è piuttosto robusto.

Instagram: Esperienze vissute o documentate?
Vissute
Documentate
Un mix equilibrato
Solo documentate per lavoro

Chi pubblica stories continuamente potrebbe essere spinto da questo bisogno di non essere dimenticato, di rimanere rilevante nella mente degli altri. È come gridare costantemente “Sono qui! Guardate me!” in un affollato centro commerciale digitale dove tutti stanno facendo la stessa cosa.

Il lato oscuro del narcisismo digitale

Attenzione, non stiamo dicendo che chiunque pubblichi molte stories sia un narcisista patologico. Sarebbe una semplificazione ridicola e scientificamente scorretta. Ma la ricerca ha trovato connessioni interessanti tra alcuni tratti narcisistici e l’uso intensivo dei social media.

Uno studio del 2016 su Personality and Individual Differences ha coinvolto quattrocentoquindici partecipanti e ha scoperto che il narcisismo di tipo “grandioso” predice una maggiore attività di auto-presentazione su Facebook. Il coefficiente beta era di 0.25, e l’effetto era mediato dal bisogno di ammirazione. In termini semplici: chi ha bisogno costante di ammirazione tende a usare i social come palcoscenico personale.

Le stories di Instagram sono perfette per questo scopo. Durano solo ventiquattro ore, creando un senso di urgenza. Puoi vedere esattamente chi le ha guardate, sapere chi sta prestando attenzione a te. È un feedback loop immediato e potente che soddisfa il bisogno di essere al centro dell’attenzione.

Quando l’identità digitale diventa più reale di quella vera

Per molte persone, specialmente i più giovani, l’identità online è diventata indistinguibile dall’identità reale. Chi sono io? Quello che pubblico. Cosa mi piace? Quello che condivido. Come sto? Dipende da come appare la mia vita sui social. Pubblicare costantemente diventa un modo per costruire e mantenere questa identità digitale, per comunicare al mondo chi siamo.

Il problema nasce quando questa costruzione diventa più importante dell’esperienza autentica. Uno studio del 2021 pubblicato su Cyberpsychology, Behavior, and Social Networking ha rilevato che l’autopresentazione strategica su Instagram correla negativamente con il benessere autentico. Il coefficiente di correlazione era di -0.32 in un campione di trecento utenti. Traduzione: più curi maniacalmente la tua immagine online, meno ti senti bene con te stesso nella vita reale.

La vita perfetta che non esiste (e che fa male a tutti)

C’è un altro aspetto psicologico devastante da considerare. Chi pubblica costantemente tende a condividere una versione curata, filtrata e migliorata della propria esistenza. Nessuno posta la foto quando piange sul divano mangiando gelato direttamente dalla vaschetta. Nessuno condivide il momento in cui si sente inadeguato o solo.

Questo crea un doppio problema. Da un lato, alimenta il senso di inadeguatezza negli altri che vedono solo i momenti felici e pensano che tutti abbiano una vita migliore della loro. Dall’altro, crea una disconnessione psicologica in chi pubblica, costretto a mantenere una facciata che potrebbe essere molto distante dalla realtà emotiva che sta vivendo.

Uno studio longitudinale del 2018 pubblicato sul Journal of Social and Clinical Psychology ha trovato che l’esposizione selettiva a contenuti positivi altrui sui social aumenta depressione e invidia. Il coefficiente beta era di 0.21, dimostrando un effetto reale e misurabile nel tempo.

Quando smettere di pubblicare diventa impossibile

Non tutto l’uso dei social media è problematico. Condividere momenti della propria vita può essere sano, divertente e un modo legittimo per rimanere connessi con gli altri. Il problema emerge quando il comportamento diventa compulsivo e inizia a interferire con la vita reale.

Ci sono segnali specifici che indicano quando la pubblicazione di stories è diventata problematica. Se non riesci a goderti un’esperienza senza documentarla, se il tuo primo pensiero in ogni situazione è fare una storia, potrebbe essere un campanello d’allarme. Se il tuo umore dipende dalle visualizzazioni che ricevi, stai legando la tua autostima a metriche esterne su cui non hai controllo.

Altri segnali includono pubblicare anche quando non ne hai voglia, solo per mantenere una presenza costante. Sentirti ansioso quando non puoi pubblicare. Trascurare attività importanti della vita reale per creare contenuti. Quando la documentazione digitale passa in primo piano rispetto al vivere effettivamente l’esperienza, c’è un problema.

Riprendere il controllo della propria vita (offline)

Quindi, cosa fare con tutte queste informazioni? Prima di tutto, niente panico. Pubblicare stories non ti trasforma automaticamente in un dipendente da social con gravi problemi psicologici. Ma la consapevolezza è il primo passo verso un rapporto più sano con la tecnologia.

Prova a fare un esperimento. Passa un giorno, o anche solo mezza giornata, senza pubblicare niente. Osserva come ti senti. Provi ansia? Ti senti disconnesso? Hai l’impulso irrefrenabile di documentare quello che stai facendo? Queste reazioni ti diranno molto sul tuo rapporto con i social media.

Chiediti sempre: sto vivendo questo momento o lo sto solo documentando? Questa esperienza ha valore per me o solo per il pubblico che la guarderà? La risposta potrebbe sorprenderti. E ricorda, i momenti più belli della vita sono spesso quelli che non vengono condivisi con nessuno. Quelli che esistono solo nella tua memoria, non nelle visualizzazioni di una storia che scomparirà tra ventiquattro ore.

Il tuo valore come persona non si misura in visualizzazioni, like o follower. Si misura nelle relazioni autentiche che costruisci, nelle esperienze che vivi pienamente, nella capacità di essere presente nel momento senza il bisogno costante di approvazione esterna. E questa, amici miei, è una verità che nessun algoritmo potrà mai cambiare.

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