Hai presente quando tua zia ti chiede per la millesima volta “Ma quando ti fidanzi?” e tu vorresti rispondere “Mai, grazie, sto benissimo così”? Ecco, c’è un termine per questo, e no, non si chiama “essere asociale” o “avere problemi di intimità”. Si chiama self-partnering, ed è probabilmente la cosa più sana che potresti fare per te stesso. Il termine è stato coniato nel 2019 da Emma Watson durante un’intervista con British Vogue, quando la celebre attrice ha spiegato di non sentirsi affatto single poco prima dei trent’anni, ma piuttosto “self-partnered”. E boom, è nata una piccola rivoluzione culturale.
Partiamo subito con una premessa fondamentale che ti salverà da mille paranoie: il self-partnering non è una sindrome. Non è un disturbo psicologico, non lo troverai nel DSM (il manuale dei disturbi mentali), e sicuramente non hai bisogno di una diagnosi medica per capire che preferisci la tua compagnia a quella di potenziali partner disastrosi. È semplicemente un neologismo pop, un termine moderno che descrive una scelta consapevole e attiva.
Ma cosa significa davvero essere self-partnered?
Facciamo chiarezza: essere self-partnered non è la stessa cosa di essere single. Essere single può essere uno stato temporaneo, tipo quando aspetti “quello giusto” o stai elaborando l’ultima relazione finita male. Il self-partnering è tutta un’altra storia. È una scelta deliberata e consapevole di mettere te stesso al centro della tua vita affettiva, di trattarti come tratteresti il partner dei tuoi sogni.
Non parliamo solo di coccolarsi con una maschera viso e Netflix il venerdì sera, anche se quello fa sempre bene. Parliamo di costruire attivamente una relazione profonda, appagante e prioritaria con la persona più importante della tua vita: tu. Significa organizzare appuntamenti con te stesso, tipo andare al ristorante che ami anche se sei solo, prenotare quel viaggio che rimandi da anni, investire nella tua crescita personale come investiresti in una relazione importante.
La differenza chiave? Chi è self-partnered non subisce la solitudine, la sceglie e la gestisce secondo i propri termini. Non sta aspettando che arrivi qualcuno per iniziare a vivere pienamente. La vita è già qui, già piena, già significativa.
Le radici psicologiche: perché alcuni di noi funzionano meglio da soli
Ora, mettiamo un po’ di scienza seria in questa faccenda. Secondo la teoria dell’attaccamento sviluppata da John Bowlby e Mary Ainsworth, il modo in cui formiamo legami da adulti dipende tantissimo dalle esperienze che abbiamo vissuto nell’infanzia e nelle relazioni passate. Non è che ti svegli una mattina e decidi casualmente di essere self-partnered: spesso ci sono pattern emotivi profondi dietro questa scelta.
Prendiamo lo stile di attaccamento evitante. Le persone con questo stile tendono a valorizzare moltissimo la propria autonomia e possono sentirsi letteralmente soffocare quando l’intimità diventa troppo intensa. Non è che abbiano qualcosa di rotto: hanno semplicemente imparato che il modo migliore per proteggere il proprio equilibrio emotivo è mantenere una certa distanza di sicurezza.
Poi c’è lo stile di attaccamento timoroso, che è tipo il cocktail più confuso che esista: paura dell’abbandono mischiata con terrore dell’intimità. Chi ha questo stile potrebbe scegliere il self-partnering come strategia per evitare la vulnerabilità totale che comporta aprirsi completamente a qualcuno. E sai una cosa? Ha perfettamente senso come meccanismo di protezione.
Quando il self-partnering nasce dal trauma
Molte persone arrivano al self-partnering dopo aver attraversato relazioni tossiche, tradimenti brutali o ghosting inspiegabili. Gli esperti sottolineano che un elemento scatenante può essere proprio aver sperimentato esperienze di coppia traumatiche non elaborate: interruzioni brusche, sparizioni improvvise, tradimenti che ti hanno fatto mettere in discussione tutto quello che credevi di sapere sull’amore.
In questi casi, la scelta di concentrarsi esclusivamente su se stessi non è una fuga codarda. È una forma di crescita post-traumatica, quella capacità straordinaria che abbiamo di trasformare le esperienze più dolorose in opportunità di evoluzione personale. Dopo una relazione che ti ha prosciugato emotivamente, dedicare tempo ed energia a ricostruire la tua autostima e riscoprire chi sei veramente può essere non solo terapeutico, ma rivoluzionario.
La pressione sociale: quando tutti pensano che tu abbia un problema
Parliamoci chiaro: la società non rende facile scegliere il self-partnering. La pressione culturale contro le donne a raggiungere determinati obiettivi nella vita, un compagno, una famiglia, figli, è ancora incredibilmente forte. Le domande invadenti alle cene di famiglia, la presunzione che ci sia qualcosa di sbagliato in chi non cerca attivamente una relazione, la narrativa culturale che dipinge il matrimonio come traguardo obbligatorio: tutto questo rende complicato dire “Grazie, ma no grazie”.
Il movimento del self-partnering rappresenta una risposta culturale potente a questa narrativa opprimente. Dice forte e chiaro: “Non sto aspettando qualcuno per validare la mia esistenza. Non sono una persona incompleta che cerca la sua metà. Sono già intera, e se arriverà qualcuno, dovrà aggiungere valore alla mia vita, non riempire un vuoto inesistente”.
Self-partnering versus isolamento: le differenze che salvano la vita
Attenzione però, perché qui c’è un distinguo fondamentale che devi assolutamente capire. Il self-partnering sano è completamente diverso dall’isolamento patologico, tipo quello che si vede nel fenomeno hikikomori o nella depressione grave. Il self-partnering autentico presenta caratteristiche specifiche che lo rendono una scelta di empowerment, non un meccanismo di evitamento cronico.
Nel self-partnering sano troviamo una scelta attiva e consapevole: non subisci la solitudine come una condanna, ma la gestisci secondo i tuoi termini. Mantieni connessioni sociali significative con amici, famiglia e colleghi. Ti senti generalmente soddisfatto e appagato dalla tua vita, non intrappolato in un limbo di tristezza permanente. Dedichi tempo a attività che ti nutrono emotivamente, fisicamente e mentalmente. E soprattutto, non escludi categoricamente l’amore romantico per sempre: semplicemente non ne fai una priorità ossessiva.
L’isolamento problematico invece si manifesta con ritiro sociale progressivo, sentimenti persistenti di vuoto o depressione, evitamento delle relazioni per ansia paralizzante, e un senso generale di disconnessione dal mondo. Vedi la differenza? Uno è una scelta che ti fa stare bene, l’altro è una prigione che ti fa stare male.
I benefici sorprendenti di scegliere te stesso
Chi pratica il self-partnering sviluppa quella che gli esperti chiamano consapevolezza della propria interezza e integrità, senza proiettare sull’altro il proprio equilibrio personale. Questo comporta un lavoro attivo su se stessi, investendo tempo ed energia nello sviluppo personale e nella realizzazione di bisogni e progetti individuali.
Innanzitutto, c’è una riduzione drastica dello stress legato alle aspettative relazionali. Non devi più preoccuparti di “trovare la persona giusta entro una certa età” o conformarti a tempistiche sociali imposte da reality show e post Instagram di cugine sposate a ventitré anni. Questo alleggerimento mentale è tipo togliersi uno zaino da venti chili dalle spalle.
Poi c’è lo sviluppo di una conoscenza di sé profondissima. Quando non sei costantemente in modalità “devo piacere a qualcuno” o “devo adattarmi alle esigenze di un partner”, hai tempo e spazio mentale per esplorare chi sei veramente, cosa vuoi dalla vita, quali sono i tuoi valori autentici piuttosto che quelli assorbiti passivamente dall’ambiente circostante.
Molte persone self-partnered sviluppano anche una vita sociale più ricca e diversificata. Invece di concentrare tutte le energie emotive su un’unica persona, distribuiscono affetto e tempo tra amici, famiglia, progetti creativi e hobby. Questo crea una rete di supporto più resiliente e meno vulnerabile al collasso totale se una singola relazione dovesse finire.
Il paradosso: essere self-partnered ti prepara all’amore vero
Ecco la parte veramente interessante che ribalta tutto: molti esperti sostengono che il self-partnering, quando praticato in modo sano, prepara a relazioni future più mature e soddisfacenti. Sembra un controsenso, vero? In realtà ha un senso perfetto.
Quando entri in una relazione da una posizione di completezza piuttosto che di bisogno disperato, le dinamiche cambiano radicalmente. Non cerchi più nell’altro la “tua metà mancante” come se fossi una persona incompleta che ha bisogno di essere riparata. Cerchi invece un compagno di viaggio che arricchisce una vita che è già bella e appagante di suo.
Non hai bisogno di riempire vuoti emotivi attraverso l’amore romantico, il che riduce drasticamente il rischio di dipendenza affettiva o di rimanere intrappolato in relazioni tossiche per pura paura della solitudine. Il self-partnering richiede indipendenza affettiva, ovvero la capacità di trovare un equilibrio personale indipendentemente da una relazione. E qui c’è un punto cruciale: è possibile vivere il self-partnering anche mentre sei in una relazione. Il rapporto si costruisce non dipendendo dalla presenza dell’altro, ma trovando il modo di mantenere la serenità con te stesso prima di tutto.
Come si pratica davvero il self-partnering nella vita quotidiana
Non basta dire “Sono self-partnered” e continuare a vivere esattamente come prima. Il self-partnering richiede impegno attivo, proprio come una relazione romantica seria. Significa organizzare veri e propri appuntamenti con te stesso: quella mostra che vuoi vedere da mesi, quel corso di cucina giapponese che ti intriga, quel viaggio in solitaria che ti fa paura ma ti elettrizza.
Significa sviluppare rituali di cura personale che vadano oltre la superficie Instagram. Non solo maschere viso e candele profumate, che comunque sono fantastiche, ma anche terapia quando necessario, journaling per esplorare i tuoi pensieri più profondi, meditazione, attività fisica che ti fa sentire forte e capace. È investire in te stesso come investiresti nel partner che ami di più al mondo.
Comporta anche stabilire e mantenere confini sani con le persone che invadono il tuo spazio con domande inappropriate sulla tua vita sentimentale, o che minimizzano la tua scelta come “fase passeggera” o “meccanismo di difesa temporaneo”. A volte devi dire letteralmente: “Questa è la mia scelta consapevole, non un problema da risolvere”.
Il lato estremo: la sologamia
Alcune persone portano il self-partnering a un livello successivo con la sologamia, ovvero il matrimonio con se stessi. Non è uno scherzo: ci sono cerimonie vere, con anelli e tutto. Celebrità come Britney Spears hanno praticato questo rituale simbolico per sancire il proprio impegno verso se stesse. È eccessivo? Forse. Ma rappresenta un simbolo potente di auto-impegno in una cultura che valorizza solo i legami con gli altri.
Quando il self-partnering diventa un problema
Come ogni cosa, anche il self-partnering può trasformarsi in qualcosa di problematico se usato come meccanismo di evitamento cronico. Se ti accorgi che la tua scelta è motivata principalmente da paura paralizzante dell’intimità, da traumi relazionali completamente irrisolti che ti impediscono di fidarti di chiunque, o da una convinzione profonda e tossica di non essere degno d’amore, allora forse è il momento di fare un passo indietro e riflettere.
Il self-partnering sano nasce da un luogo di abbondanza emotiva: “Sto bene così, sono completo, e se arriverà qualcuno sarà un bonus”. Quello problematico nasce invece da un luogo di carenza e paura: “Ho troppa paura per provare, quindi mi convinco di non aver bisogno di nessuno”. Vedi la differenza? Uno è liberazione, l’altro è prigione camuffata da scelta.
Se senti che la tua indipendenza affettiva è più una gabbia che una celebrazione, se eviti sistematicamente anche solo la possibilità di connessioni profonde con chiunque, potrebbe essere utile esplorare questi temi con un professionista. Non c’è vergogna nell’ammettere che forse dietro la scelta c’è qualcosa di non elaborato che merita attenzione.
Il futuro delle relazioni: benvenuti nel ventunesimo secolo
Il self-partnering fa parte di un movimento culturale molto più ampio che sta ridefinendo completamente cosa significa amore, completezza e realizzazione personale nel ventunesimo secolo. Insieme a concetti come le relazioni poliamorose etiche, l’aromanticism e la single positivity, sta sfidando l’idea che esista un unico modello valido e universale di vita affettiva.
Questo non significa che il matrimonio tradizionale o le relazioni monogame siano obsolete o sbagliate. Significa semplicemente che non sono l’unico percorso verso la felicità. Alcune persone fioriranno magnificamente in relazioni di coppia tradizionali e impegnate. Altre nel self-partnering. Altre ancora in configurazioni completamente diverse che nemmeno abbiamo ancora nominato. E indovina cosa? Va benissimo così.
L’importante è che la scelta sia autentica, consapevole e rispettosa dei tuoi bisogni reali piuttosto che delle aspettative esterne imposte da famiglia, società o algoritmi di dating app. Come disse Emma Watson nell’intervista che ha dato inizio a tutto questo movimento: “Ci ho messo molto tempo, ma adesso sono molto felice. Lo chiamo essere self-partnered”.
Forse la vera rivoluzione non è scegliere tra relazione e solitudine, tra dipendenza e isolamento. Forse è semplicemente imparare a stare bene con se stessi indipendentemente dalla presenza o assenza di un partner romantico. Perché alla fine dei conti, l’unica relazione che sicuramente durerà per tutta la tua vita è quella che hai con te stesso. Tanto vale renderla straordinaria, no?
Indice dei contenuti
